Ministero dell’Interno

Ministero della Pubblica Istruzione

Seminario Nazionale per la diffusione della cultura della protezione civile nella scuola dell’obbligo

La Protezione Civile:

organizzazione e compiti

Indice

· Introduzione

· Gli organi centrali e periferici della Protezione Civile

- le attività fondamentali, le strutture

- lo sviluppo delle attività di previsione e prevenzione

- l’organizzazione del soccorso nelle varie fasi e

dimensioni dell’emergenza

- le strutture operative del servizio nazionale

di protezione civile

 

 

 

 

 

 

 

 

Dott. Aldo Rainaldi

Direttore del Servizio Protezione Civile

Direzione Generale della Protezione Civile e dei Servizi Antincendi

INDICE GENERALE

INTRODUZIONE

L’Italia è un paese che presenta un alto rischio di catastrofi naturali.

Una grandissima parte del suo territorio ad esempio è interessata da fenomeni sismici. Solo tre regioni (Valle d’Aosta, Trentino e Sardegna) ne sono esenti, mentre ben nove regioni hanno il 70% dei propri comuni presenti nelle tre categorie della classificazione sismica del territorio.

L’Italia è sede di alcuni vulcani costantemente attivi o pericolosamente incombenti su grandi aree urbane come l’Etna, il Vesuvio, i Campi Flegrei, lo Stromboli, Vulcano.

Ai fenomeni naturali si è unita nel tempo una cattiva gestione del territorio; il consistente patrimonio boschivo malcurato o deliberatamente abbandonato diventa, soprattutto d’estate, un pericoloso veicolo di disastri per gli incendi violenti e continui; il regime complessivo dei fiumi, afflitto oltretutto da problemi di inquinamento, complice un’aggressione sconsiderata degli alvei e una inesistente tutela delle acque interne, è protagonista ormai continuo di catastrofi ad ogni perturbazione leggermente più forte del solito.

Rifiuti solidi urbani, rifiuti tossici industriali, impianti industriali ad alto rischio completano il quadro desolante di un territorio dilaniato dall’incuria e dall’indifferenza generale, usato, anzi abusato più che goduto.

Rischi quali quelli vulcanici, sismici, idrogeologici a dire il vero vengono da lontano, sono parte della storia culturale e umana del nostro paese; il vecchio Po di Bacchelli era contemporaneamente il perfido Po dei disastri del Polesine e il Vesuvio che incantò Plinio il vecchio ha seminato distruzioni continue lungo duemila anni di storia.

Una tale mole di problemi ambientali non è stata tuttavia sufficiente ad accelerare la creazione di strutture operative adeguate e per tantissimi anni lo Stato si è limitato a fare la parte della "dama di carità" intervenendo dopo la catastrofe con "opere di bene", con assistenza in natura e qualche regalia.

Un qualche tentativo embrionale di iniziare una normativa di protezione civile potremmo ritrovarlo nella legge 13 luglio 1911 n. 774 "Norme per la sistemazione idraulico-forestale dei bacini montani, per le altre opere idrauliche e per le bonifiche".

Qualche passo avanti fu fatto con la Legge 17 aprile 1925, n. 473 "Istituzione organi fondamentali di soccorso".

Ma il primo sforzo organico viene tentato solo con il R.D. 9 dicembre 1926 n. 2381 "Disposizioni per i servizi di pronto soccorso in caso di disastri tellurici o di altra natura".

La legge affida il coordinamento al Ministero dei lavori pubblici.

In assenza del Ministro dei lavori pubblici o del Segretario delegato il coordinamento generale passa ai Prefetti.

La tutela della pubblica incolumità delegata al funzionario più elevato in grado del Genio Civile su cui incombe l’obbligo di coordinare il personale di soccorso e disciplinare gli scavi delle macerie.

La legge attribuiva poi una serie di compiti alle Amministrazioni dello Stato.

La ricognizione aerea per rilevamento, tipologia, estensione, entità danni, al Ministero dell’Aeronautica.

Al Ministero per le comunicazioni ed al Comando del Corpo d’Armata del territorio le comunicazioni telegrafiche e telefoniche.

Al Comando generale della Milizia, alla C.R.I., al S.M.O.M., ai Comandi territoriali, il compito di fornire personale e funzionari sul luogo dell’emergenza.

La pianificazione e vettovagliamento (uomini e mezzi) compete all’autorità militare, la Carità pubblica ai Volontari organizzati in associazioni o ai comitati gestiti dal Prefetto.

Subito dopo la guerra fu iniziato un tentativo per varare una legge organica più aderente alle circostanze storiche.

Le continue emergenze nel Polesine resero l’opinione pubblica più recettiva a questi problemi; il tentativo del Ministro Scelba però, diretto all’emanazione di una legge organica di difesa civile incontrò sospetti e diffidenze e non fece alcun progresso in sede parlamentare.

Dovettero passare ancora molti anni perché la prima vera e propria legge che delineasse un quadro complessivo di interventi di protezione civile venisse alla luce, infatti ciò avvenne solo con la legge 8 dicembre 1970, n. 996 "Norme sul soccorso e l’assistenza alle popolazioni colpite da calamità – Protezione Civile".

Come dice lo stesso titolo della legge è la prima impostazione scientifica dell’attività di soccorso e assistenza alle popolazioni ed è la prima volta che si evidenzia in un atto normativo il concetto di "protezione civile".

Organismo essenziale cui è dedicata gran parte della legge è il Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco che allora come ora si propone come struttura fondamentale di intervento, un Corpo di professionisti dall’alto profilo operativo abituato a gestire il mondo dell’emergenza in tutte le sue sfaccettature ogni giorno, in ogni circostanza.

La legge creò inoltre l’ancor attuale organizzazione dei Centri Assistenziali di Pronto Intervento cui è affidata l’assistenza alle popolazioni colpite da calamità nei periodi che vanno dall’inizio dell’emergenza, al momento in cui vengono ripristinate delle accettabili condizioni di vita nei territori colpiti.

Struttura centrale della legge è il Ministero dell’Interno cui è affidato il compito di soccorso tecnico urgente e di assistenza; vengono create organizzazioni parallele di coinvolgimento a livello locale (Comuni, Province, Regioni) e tracciata una configurazione di unità di volontariato destinate ad assumere sempre maggior rilievo negli anni a venire.

La legge 996, in linea con le concezioni culturali del tempo, privilegia il momento dell’emergenza; pur anticipando le nuove future linee guida della protezione civile in senso globale organizza il momento operativo che coincide con il disastro, con il soccorso da attuare un attimo dopo la scoccare dell’ora X.

Scorrono anni relativamente tranquilli dopo l’emanazione della legge ma, sul finire del decennio 1970/1980, il paese è sconvolto da gravissime emergenze: Friuli 1976 e Irpinia 1980, segnano una pagina dolorosa ed uno sconvolgimento radicale della coscienza e dell’organizzazione logistica in possesso dello Stato.

Di fronte alle catastrofi, ai morti, al patrimonio edilizio devastato, allo sconvolgimento radicale dell’assetto paesaggistico dei territori, l’immagine di un esercito che interviene un attimo dopo non basta più, mostra tutti i suoi limiti.

La società si riesamina, valuta le proprie carenze, immagina nuove possibilità e inizia un dibattito civile e culturale che supera ormai il vecchio assetto operativo.

Si fa strada l’idea che i disastri vadano affrontati dopo averli immaginati, descritti prima, vissuti prima e che occorra sì dimensionare le strutture d’intervento per l’ora X, ma tenendo conto di scenari già elaborati e di previsione di riduzione già poste in atto. Si impongono studi per la previsione dei disastri, per la prevenzione degli effetti che consentano un momento finale repressivo attuato in un quadro già reso tollerabile da interventi di riduzione degli effetti.

Protezione civile, nella mente di chi sino a quel momento ha avuto come obiettivo il soccorso, diventa anche previsione, prevenzione e ricostruzione.

Il periodo storico che va dal 1980 al 1990 è un periodo vivo sul piano del dibattito e dell’elaborazione teorica, ma è anche un periodo denso di contrasti e di incertezze.

Nel periodo in cui il primo governo Spadolini si presentava alle Camere per la illustrazione del programma di governo il 2 luglio del 1981 si cominciava a parlare della necessità di nominare un Alto Commissario, presso il Ministero dell’Interno, per la "predisposizione degli strumenti amministravi e normativi necessari ad attuare il coordinamento dei servizi concernenti la protezione civile". Il Presidente del Consiglio parla dell’Alto Commissario per la Protezione Civile come di "un organismo con peculiari caratteristiche di operatività, competenza tecnica ed interdisciplinarietà" e collega tale nomina alla ineludibile necessità di dar vita ad un organo stabilmente preposto al problema dell’emergenza, sia in termini di coordinamento ed impiego appropriato di tutte le forze civile e militari dello Stato, inclusi gli enti locali e il volontariato, sia in quelli di previsione e prevenzione, al fine di eliminare le cause potenziali di ogni calamità. "Il nuovo organismo non è stato creato per espropriare competenze e tanto meno per creare duplicazione. L’Alto Commissariato dovrà ovviare alla carenza di programmazione e di coordinamento che, per mancanza di strutture e mezzi adeguati, si è riscontrata più volte in occasione dei tragici eventi che hanno colpito il nostro Paese".

Mentre nasce la nuova Protezione Civile, la sovrapposizione di funzioni fra il Ministro per il Coordinamento della Protezione Civile originato dal D.L. 22 febbraio 1982, n. 57 convertito nella legge 187/82, affiancato dal Dipartimento della Protezione Civile (DPCM 22 giugno 1982), ed il Ministero dell’Interno che ha mantenuto immutate le competenze del suo apparato centrale, la Direzione Generale della Protezione Civile e dei Servizi Antincendi e del suo apparato periferico rappresentato dalle Prefetture, crea continue tensioni ed ambiguità che non possono non riflettersi anche sul piano operativo e che spesso investono in maniera negativa anche il Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco, che resta in ogni caso la struttura fondamentale di intervento in occasione di qualunque attività ordinaria e straordinaria di protezione civile.

Con la Legge 938 del 23 dicembre 1982, "Interventi urgenti in favore delle popolazioni colpite da calamità naturali ed eventi eccezionali", viene formalizzata la figura del Ministro per il coordinamento della protezione civile come autonoma figura di coordinamento.

Nello stesso anno si crea il fondo per la protezione civile conferendo quindi al Ministro il potere di gestione fuori bilancio anche nei periodi che non presentino condizioni di emergenza senza la necessità della sussistenza di dichiarazione di pubblica calamità.

La nuova filosofia della protezione civile comincia a svilupparsi su quattro linee fondamentali:

- PREVISIONE

- PREVENZIONE

- SOCCORSO ALLE POPOLAZIONI SINISTRATE

- RIPRISTINO DELLE ATTIVITA’ SOCIO-ECONOMICHE

Nello stesso periodo vedono la luce numerose norme interessanti:

L. 12 agosto 1982 n. 547 "Impiego di aeromobili militari nell’azione di prevenzione e spegnimento degli incendi".

L. 31 dicembre 1982 n. 979 "Difesa del mare".

L. 10 maggio 1983 n. 180 "Principio dell’immediata esecutività delle ordinanze emanate dal Ministro per il coordinamento della protezione civile".

Al nuovo Ministro viene conferito cioè il potere di emanare, in situazioni d’emergenza, provvedimenti immediatamente esecutivi in deroga alla normativa vigente.

L. 24 luglio 1984 n. 363 "Rapporti con le associazioni di volontariato".

Intanto continuano in Parlamento il loro iter una serie di iniziative nel settore.

In una proposta del 19 novembre 1983, del Ministro Scotti (Protezione Civile nel governo Craxi), la Direzione Generale della Protezione Civile e dei Servizi Antincendi viene ipotizzata come supporto del Ministero per il coordinamento della protezione civile, successivamente la proposta non ha ulteriore seguito e decade con le continue crisi di governo.

Infine vari disegni di legge, riuniti con l’iniziativa presentata il 2 luglio 1987 dall’On.le Balestracci, vengono approvati dal Senato nel 1990 e dalla Camera il 31 luglio seguente.

Sulla figura del Ministro per il coordinamento della protezione civile si addensano però parecchie perplessità e così, il 15 agosto 1990, il Presidente della Repubblica rinvia il testo alle Camere, con messaggio motivato, ex art. 74 della Costituzione, per mancata copertura finanziaria e varie incongruenze costituzionali.

Nel suo messaggio di rinvio, il Presidente della Repubblica definisce il Ministro per il Coordinamento della Protezione Civile "Un Ministro di dubbia natura costituzionale e di incerta collocazione nel sistema delle competenze-responsabilità politiche, amministrative e giuridico-costituzionali".

Il Presidente attira l’attenzione sulla strana natura di questo Ministro da un lato senza portafoglio e senza competenze proprie, cioè semplice delegato del Presidente del Consiglio dei Ministri, ma dall’altra posto a capo di una struttura autonoma quale il Dipartimento per la Protezione Civile che ha tutte le sembianze di un Ministero.

Il Presidente della Repubblica infatti evidenzia come sia "incerto – mentre incertezza in tale materia non è possibile avere – se il Ministro di cui si tratta sia ancora un ministro "senza portafoglio", od un Ministro plena potestate; e se il Dipartimento per la protezione civile sia ancora una semplice articolazione della Presidenza del Consiglio o un vero e proprio dicastero ministeriale, od una nuova figura istituzionale di ripartizione di un ufficio complesso avente rilevanza costituzionale, qual è la Presidenza del Consiglio, in una sorta di dicastero "semiministeriale", di incerto inquadramento teorico e pratico nel nostro ordinamento costituzionale e amministrativo".

Il testo viene per certe parti modificato eliminando le contraddizioni più vistose e, finalmente promulgato, diventa la Legge 24 febbraio 1992 n. 225; dopo 22 anni dalla 996 del 1970 nasce il "Servizio Nazionale della protezione civile" con la cui istituzione la struttura di protezione civile del paese subisce una profonda riorganizzazione.

L’opinione pubblica ha per anni invocato e valutato la struttura in occasione delle grandi calamità. Sull’onda emozionale dei lutti e dei gravi danni inferti al patrimonio abitativo, artistico e produttivo del paese, nei giorni subito successivi e sino a quando i mass-media sono riusciti a tenere viva l’attualità della notizia, tutti hanno fatto protezione civile, dibattuto, criticato, invocato cambiamenti, proposto formule salvo poi ricoprire tutto di indifferenza con l’attenuarsi dell’"attualità". Tutti si sono sempre dimenticati troppo presto che l’emergenza è solo una faccia della struttura, che occorrono anche preparazione, programmazione, piani.

Che una calamità va immaginata, simulata, studiata quando non c’è.

Questo diventa ora l’obiettivo della nuova legge e della nuova protezione civile che nel 1996 viene ricollocata nella sua originaria sede con la delega attribuita al Ministro dell’Interno in occasione della costituzione del Governo Prodi.

La nuova organizzazione aumenta notevolmente il peso e la partecipazione egli organi che gestiscono direttamente il territorio Regioni, Province, Comuni. Attribuisce in definitiva proprio a loro, nell’ambito della previsione e prevenzione l’incarico di recupero ed occupazione del territorio per quella parte di protezione civile che con esso è direttamente collegato. Il mondo scientifico e le comunità locali dovranno analizzare attentamente il nostro paese per individuarne tutti i possibili rischi specifici.

Individuare le aree sismiche, immaginare i punti che potrebbero essere colpiti, i punti di rifugio, gli spazi da adibire alle tendopoli o comunque al ricovero delle popolazioni, gli interventi necessari sul reticolo viario e la possibilità di mantenimento delle capacità di collegamento studiandone e predisponendone le alternative.

Fondamentale in questi casi l’intervento sul patrimonio abitativo di cui il mondo scientifico ha messo in risalto le inconcepibili vulnerabilità.

Tutti i miliardi spesi ad ogni terremoto avvenuto non hanno consentito nella fase di ricostruzione di rafforzare in nulla le capacità di resistenza del tessuto edilizio nazionale compromesso inoltre dalla disastrosa piaga dell’abusivismo che naturalmente è sfuggita all’obbligo di criteri costruttivi antisismici ed è stata regolarmente condonata e sanata da anni di incosciente politica fiscale.

Individuare gli insediamenti industriali delineandone una fotografa la più completa ottenibile, ricca di tutti i prevedibili rischi al fine di produrre pianificazioni ad hoc e prescrizioni tecniche valide ad assicurare condizioni di intervento il più possibile automatiche e comunque pianificate meticolosamente sia all’interno che all’esterno dell’insediamento.

L’intervento delle autonomia locali sarà decisivo sul patrimonio idrogeologico e forestale. Fiumi, e relativi bacini, laghi, boschi hanno bisogno di urgenti interventi di manutenzione e di ristrutturazione rispetto ai quali occorrerà definire le politiche ambientali, abitative, industriali delle varie comunità. Se protezione civile deve essere una scienza a tutto campo, difficile sottrarre alle sue esigenze il recupero delle capacità di difesa del territorio oggi spaventosamente compromesso dall’abuso decennale che è sotto gli occhi di tutti.

Gli artt. 12, 13, 15, 16 della legge 225/1992 dicono in pratica tutto questo: sarà molto difficile in futuro continuare il solito giochino di scarico delle responsabilità che ha visto in prima fila tutti indistintamente i protagonisti del settore.

Alcuni di essi hanno finto per anni addirittura di non esser tali, rivendicando semplicemente il ruolo di vittima ad ogni occasione.

Le trasformazioni in atto nel nostro apparato statale creano ulteriori necessità: il trasferimento di servizi pubblici essenziali a società di servizi del tutto private priva gli organi statali di interlocutori importanti nella fase di pianificazione, che vanno prontamente di nuovo individuati inserendo obblighi adeguati di interesse generale nelle concessioni (Telecom, Enel,. Anas, FFSS) e indicando le nuove figure sostitutive: la scomparsa del medico provinciale ad esempio non è mai stata sanata con la designazione di un responsabile delle attività di pianificazione allo stesso livello territoriale.

La legge ha previsto un organo nuovo quale il Consiglio Nazionale della Protezione Civile (art. 8).

Fra i suoi compiti risulta l’impiego coordinato delle componenti il Servizio Nazionale della Protezione Civile e quindi in definitiva la ricerca del corretto dimensionamento delle strutture operative. Ciò non può non significare l’elencazione di tutte le attività che le singole strutture sono chiamate per legge ad adempiere e l’individuazione della correlata ottimale dimensione organica e strutturale necessaria.

Ciò evidenzierà impietosamente l’eccessivo carico di competenze d alcuni organi, primo fra tutti il fondamentale Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco e la sproporzione negativa esistente fra quelle competenze e le strutture operative possedute.

Occorrerà porre rimedio a tali sproporzioni colmando lacune vistose. A questo proposito, non casualmente, un’ultima annotazione di grandissimo rilievo della nuova "Protezione civile" è stata lasciata per il volontariato.

Nel quadro di quella occupazione e riconquista del territorio merita un ruolo importante. Il volontario è il territorio, probabilmente è nato lì, lo abita, lo conosce ne subisce fascini e capricci da sempre: probabilmente vive in simbiosi con le comunità, è un veicolo ottimale di trasmissione di informazioni, di conoscenze; è depositario di relazioni e di contatti. Ha entusiasmo, offre il suo lavoro e la sua disponibilità senza pretendere risorse che diventano sempre più scarse. I volontari sono tanti, un esercito, potrebbero spargersi sul territorio, occuparlo e controllarlo come non potrebbe fare nessuna struttura professionistica del paese.

E’ certo che l’art. 18 della legge e il D.P.R. 613/94 di attuazione hanno fornito una grande opportunità che unita alle norme ancora in vigore della legge 996/1970 e del regolamento introdotto con il D.P.R. 66/1981, per quanto attiene ai Vigili del Fuoco volontari del Corpo Nazionale VV.F. ed agli iscritti ai ruolini delle Prefetture, può portare alla costruzione di un grande sistema del volontariato i cui riflessi benefici potranno farsi sentire soprattutto sulle realtà comunali che sono nei fatti l’anello più debole della catena del Servizio.

GLI ORGANI CENTRALI E PERIFERICI DELLA PROTEZIONE CIVILE

1. LE ATTIVITÀ FONDAMENTALI, LE STRUTTURE

La legge 24 febbraio 1992, n. 225, attribuisce al Presidente del Consiglio dei Ministri e, attualmente per sua delega, al Ministro dell’Interno, la responsabilità del coordinamento nel campo della protezione civile, delle attività delle Amministrazioni dello Stato centrali e periferiche, delle Regioni, delle Province, dei Comuni, degli Enti pubblici nazionali e territoriali e di ogni altra organizzazione pubblica e privata presente sul territorio ivi comprese, quindi, le società erogatrici di servizi di pubblico interesse.

Per l’espletamento di tali competenze la Presidenza del Consiglio utilizza il Dipartimento della Protezione Civile.

Il Ministero dell’Interno esplica le proprie attività e coordina quelle delle sue strutture periferiche tramite la Direzione Generale della Protezione Civile e dei Servizi Antincendi.

Le attività di protezione civile individuate dall’art. 5 della legge possono in linea di massima riassumersi in due grandi blocchi uno dei quali comprende i momenti pre-emergenza che attengono alla previsione ed alla prevenzione dei fenomeni calamitosi, l’altro che comprende tutte le attività svolte in occasione di catastrofi.

Esiste poi il momento della ricostruzione dei territori colpiti da calamità che ha caratteristiche del tutto particolari e che non è dalla legge attribuito specificatamente ad un organo istituzionale.

Sinora si è provveduto con norme straordinarie ad individuare volta per volta un percorso organizzativo per la ricostruzione ed i relativi responsabili.

 

2. SVILUPPO DELLE ATTIVITA’ DI PREVISIONE E PREVENZIONE

Il Consiglio dei Ministri, tenuto conto dei criteri individuati dal Consiglio Nazionale della protezione civile approva gli indirizzi generali per la predisposizione dei programmi nazionali di previsione e prevenzione dei vari tipi di maggiori rischi, i programmi nazionali di soccorso ed i piani nazionali di emergenza (rientra in questo ambito ad esempio la pianificazione per il rischio Vesuvio).

La redazione materiale dei piani è affidata al Dipartimento della Protezione Civile che si serve quale organo consultivo della Commissione Nazionale per la previsione e prevenzione dai grandi rischi.

Anche le Regioni e gli Enti locali sono coinvolte in questo processo di programmazione e pianificazione.

Le Regioni sulla scorta delle indicazioni dei programmi nazionali traggono criteri per predisporre propri programmi di previsione e prevenzione avvalendosi di un proprio organo consultivo, il Comitato regionale di protezione civile.

Le Provincie a loro volta predispongono autonomi programmi di previsione e prevenzione, in armonia con quelli nazionali e regionali. In più le province provvedono anche alla raccolta ed all’elaborazione di qualsiasi dato interessante le attività di protezione civile utilizzando per le proprie necessità un apposito Comitato provinciale.

Questi ultimi programmi di previsione e prevenzione fanno poi da supporto al piano generale di emergenza che il Prefetto predispone per fronteggiare le calamità nel territorio di competenza.

Il Prefetto inoltre adotta anche specifici documenti di pianificazione per rischi particolari quali dighe, rischi industriali, nucleari, ecc.

 

3. L’ORGANIZZAZIONE DEL SOCCORSO NELLE VARIE FASI E DIMENSIONI DELL’EMERGENZA

Il meccanismo di intervento delle istituzioni nazionali in occasione di pubbliche calamità è regolato dall’art. 2 della legge 225/1992 con riferimento all’estensione territoriale interessata ed alla circostanza che per affrontare l’emergenza debbono essere utilizzati mezzi e poteri ordinari o straordinari.

Nell’ipotesi che l’evento interessi il solo territorio comunale e possa essere affrontato con i mezzi a propria disposizione, il Sindaco assume la direzione ed il coordinamento dei soccorsi alle popolazioni colpite, tenendo informati della situazione il Presidente della giunta regionale ed il Prefetto al quale il Sindaco dovrà rivolgersi anche nell’ipotesi in cui dovesse aver necessità di ulteriori mezzi o strutture non comunali. Anche in questo caso il coordinamento delle operazioni resta al Sindaco.

Nell’ipotesi che la calamità interessi un territorio più ampio del Comune, nell’ambito di una provincia e che comunque comporti l’intervento coordinato di più enti o amministrazioni competenti in via ordinaria, il Prefetto assume la direzione unitaria delle operazioni, costituisce e presiede presso la Prefettura il Centro di Coordinamento dei Soccorsi (CCS) del quale fanno parte i rappresentanti di tutte le strutture pubbliche e private interessate alle operazioni di soccorso.

Il Prefetto informa dell’evento il Dipartimento della Protezione Civile, il Presidente della Giunta regionale e la Direzione Generale della Protezione Civile e dei Servizi Antincendi con i quali mantiene un continuo collegamento.

Per l’adozione delle necessarie operazioni di soccorso vengono costituiti nell’ambito della provincia un certo numero di Comitati Operativi Misti (COM), di norma coincidenti con i Comuni di maggiore importanza, presieduti di solito dai Sindaci o da esperti individuati dal Prefetto.

Nell’ipotesi, infine, che l’evento interessi ambiti eccedenti il territorio di una o più provincie o che abbia un’intensità tale da dover essere fronteggiato con mezzi e poteri straordinari, viene proclamato lo stato di emergenza e convocato (normalmente presso il Dipartimento della Protezione Civile) il Comitato operativo della protezione civile che assicura la direzione unitaria ed il coordinamento delle attività di emergenza a livello nazionale.

Il Comitato è presieduto dal Presidente del Consiglio dei Ministri o da un altro rappresentante da lui delegato.

Del Comitato fanno parte i Ministri interessati all’attività o i loro delegati, Enti, Amministrazioni Pubbliche, Aziende autonome ed anche Autorità regionali o locali di protezione civile.

4. LE STRUTTURE OPERATIVE DEL SERVIZIO NAZIONALE DI PROTEZIONE CIVILE

Va tenuto conto, comunque, che al di là della variabilità della composizione cui si è fatto cenno, fanno parte del Comitato Operativo tutte le strutture operative del Servizio Nazionale della Protezione Civile individuate nell’art. 11 della più volte citata legge:

  1. il Corpo nazionale dei vigili del fuoco quale componente fondamentale della protezione civile;
  2. le Forze armate;
  3. le Forze di polizia;
  4. il Corpo forestale dello Stato;
  5. i Servizi tecnici nazionali;
  6. i gruppi nazionali di ricerca scientifica (individuati dal Presidente del Consiglio dei Ministri), l’Istituto nazionale di geofisica ed altri istituzioni di ricerca;
  7. la Croce rossa italiana;
  8. le strutture del Servizio Sanitario Nazionale;
  9. le organizzazioni di volontariato;
  10. il Corpo nazionale soccorso alpino – CNSA (CAI).

IL CORPO NAZIONALE DEI VIGILI DEL FUOCO

Il Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco si pone nel sistema nazionale di protezione civile, come il naturale punto di riferimento operativo.

Può disporre di una struttura organizzativa capillarmente distribuita sul territorio, articolata su Ispettorati Regionali ed Interregionali, su Comandi provinciali articolati in distaccamenti permanenti o volontari.

La struttura è operante 24 ore su 24 ed immediatamente attivabile in caso di calamità per gli interventi tecnici urgenti e l’assistenza di primo soccorso alle popolazioni colpite, anche con colonne mobili di pronto intervento.

Il Comandante provinciale dei Vigili del Fuoco come componente istituzionale dei Comitati provinciali della Prefettura e della Provincia partecipa a tutte le attività di pianificazione delle emergenze nazionali, locali e di settore.

Le funzioni sopra elencate sono inserite nel più vasto ambito della sicurezza e della salvaguardia della vita umana. Tali valori giustamente sono affidati ad un Corpo Nazionale perché devono essere assicurate in modo globale ed omogeneo all’intera popolazione, attraverso l’apprestamento di strutture organizzative poste sull’intero territorio nazionale con caratteristiche il più possibile simili.

I C.A.P.I.

Meritano un cenno anche le funzioni assistenziali svolte dal Ministero dell’Interno – Direzione Generale della Protezione Civile e dei Servizi Antincendi tramite i Centri Assistenziali di Pronto Intervento (C.A.P.I.).

Si tratta del coordinamento e della gestione di 15 Centri dislocati strategicamente sul territorio e presso i quali sono custoditi tutti i beni assistenziali necessari al soccorso alle popolazioni colpite da calamità naturali o da altri disastri e dalla creazione di villaggi virtuali provvisori, classici della primissima fase dell’emergenza dove le tende si sostituiscono alle case e dove generatori elettrici potentissimi alimentano una rete di emergenza che fa funzionare illuminazione, riscaldamento e servizi igienici posti in speciali padiglioni.

L’integrazione dei Centri, caratterizzata da una uniformità di organizzazione è il presupposto fondamentale della loro operatività in quanto, in caso di emergenza, il C.A.P.I. più avanzato sul fronte della zona di crisi è immediatamente supportato dagli altri Centri che contestualmente vengono allertati e che se necessario concorrono anche direttamente nelle operazioni di soccorso.

L’appartenenza ad un’unica organizzazione centralizzata nel vertice decisionale rende possibile la compensazione tra eventuali carenze ed eccedenze di manufatti verificabili nei diversi Centri e soprattutto consente che un Centro impegnato in una rilevante operazione di soccorso possa essere immediatamente integrato nelle scorte con trasferimento di materiale proveniente dai Centri non interessati.

LE PREFETTURE

Le funzioni di protezione civile che si sviluppano a livello periferico sono distribuite quindi nel quadro normativo vigente alle Regioni ed alle Province per quanto attiene alla fase di programmazione nell’ambito della previsione e prevenzione ed al Prefetto per quanto attiene all’attività di pianificazione dell’emergenza ma, soprattutto per quanto attiene al coordinamento delle operazioni al verificarsi degli eventi.

Una dimensione ridotta e non adeguata ai tempi è quella attribuita al Comune.

Va considerato che il Prefetto svolge nel senso indicato una funzione del tutto connaturata alla sua ordinaria attività di coordinamento governativo generale ed al normale inserimento nella realtà locale in funzione di terminale della Presidenza del Consiglio dei Ministri e sostanzialmente di tutti i Ministri.

Questa collocazione istituzionale favorisce lo sviluppo delle attività di pianificazione e gestione dell’emergenza che implicano comunque il coordinamento di più organi e l’assunzione di responsabilità decisionali nel momento di massima congestione.

La persona cui la legge attribuisce il delicato compito di "coordinare" ha, e deve avere, una posizione istituzionale ed un’autorevolezza adeguate alle delicate funzioni da svolgere che comportano anche la facoltà di privilegiare o, al contrario, escludere punti di vista settoriali in funzione della sintesi finale delle esigenze: quindi potere di far prevalere una scelta sulle altre possibili, ritenute meno praticabili nel quadro generale, assumendo la responsabilità di bilanciare i diversi interessi pubblici in gioco.

Tutto questo è comunque il risultato di una somma di valutazioni cui partecipano collegialmente i vari organi tecnici nazionali, le strutture scientifiche e gli enti locali.

Un compito così complesso quale quello che fa capo al Prefetto richiede l’attitudine e l’esperienza necessarie ad interpretare interessi pubblici della più varia natura che vanno da quelli impliciti dell’incolumità e della sicurezza delle persone e dei beni, a quelli dell’ordine pubblico e della pubblica sicurezza sempre presenti nei momenti di emergenza, a quelli di carattere socio-economico, igienico-sanitario ed assistenziale per le popolazioni colpite dalla calamità, a quelli relativi ai rapporti con gli enti e le comunità locali.

 

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